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Italian Sounding: Brutture culinarie non made in Italy

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Italian Sounding: Brutture culinarie non made in Italy

Il fenomeno dell’Italian Sounding

L’Italian Sounding, ovvero l’imitazione delle eccellenze agroalimentari Italiane è diventato un fenomeno di portata enorme. Secondo uno studio recente la produzione di “falsi d’autore” della gastronomia italiana, inciderebbe sul mercato dell’esportazione in maniera  massiccia. Così massiccia da sottrarre circa 300 mila posti di lavoro al settore.

Il fenomeno lo conosciamo tutti, basta fare un salto all’estero ed entrare in un supermercato qualsiasi per trovarci degli autentici scempi culinari, tutti “maccheronicamente italiani”. Ecco gli spaghetti in lattina, la Ricotta Parmesan, la salsa di pomodoro in stile BBQ, la Palenta e tutta una serie di prodotti che di italiano hanno solo il vago sentore, il “Sounding” appunto.

Ma com’è nato, e perchè, il fenomeno dell’ Italian Sounding ?

Ragioni storiche e culturali, come sempre. L’emigrazione di massa di fine ‘800, che interessò milioni di famiglie, favorì il  il consolidarsi di comunità italiane un po’ ovunque nel mondo. L’italiano si sa è nostalgico per natura, si poteva forse rinunciare alla cucina di casa?

Non era certo facile trovare i prodotti a cui erano abituati nel Belpaese, in molti casi fu necessario adattarsi, rielaborando i piatti tradizionali con le materie prime che si trovavano sul posto. Nel corso di poche generazioni, i ricordi delle ricette imparate in Italia si affievolirono. Dall’oblio delle tradizioni delle nonne, nacquero ibridi fantasiosi, che generarono ad esempio la chimera della cucina italo-americana: le Fettuccine Alfredo, Spaghetti & Meatball, Chicken Marsala, Marinara sauce, senza dimenticare orrori come la Pepperoni & Pineapple Pizza.

Ricette stravaganti, sapori “particolari”, che conciliavano il ricordo della cucina italiana con i sapori del nuovo contesto, “comfort food”, lo chiamavano gli emigranti, il cibo che dà emozioni. Brividi soprattutto, ci verrebbe da dire.

Pizza, Mandolino e Dollari

Eppure quella nuova cucina italo-americana ebbe grande fortuna, non solo fra i migranti. le trattorie italian style si moltiplicarono, il cibo (che loro credevano) italiano piaceva moltissimo agli americani e questa domanda spinse le famiglie di emigrati in un primo momento ad importare, e successivamente a coltivare ortaggi e a produrre autonomamente salumi e formaggi.

Quei business alimentati da un mercato fiorente, generarono vere e proprie catene nel corso degli anni. Dai ristoranti si passò presto ai supermercati, dal locale all’export. Era nata una nuova pseudo cultura alimentare, che ereditava vaghe suggestioni italiane e le piegava al gusto del consumatore medio americano.

La cosa potrebbe anche lasciarci indifferenti: vuoi davvero mangiare degli spaghetti in lattina?Beh buon divertimento! Se non fosse che ancora oggi nell’ambito dei mercati mondiali, sussista in maniera marcata questa confusione di identità tra i prodotti autenticamente made in italy, e quelli provenienti da altri mercati, che sfruttano questo “vago sentore italico”.

Un’ambiguità pericolosa che è diventata nel tempo il peggior nemico del cibo italiano originale.

L’attrazione che il Food made in Italy esercita a livello mondiale ha spinto aziende americane, inglesi, rumene, russe addirittura, all’immissione sui mercati di prodotti volutamente ambigui e fraudolenti. Per questo spesso la confusione presso i consumatori esteri è notevole.

Si gioca sulla veste grafica, sui nomi delle città, sulle denominazioni di origine e su parole che “suonano italiano”, appunto. Ecco perchè la parola più idonea ad identificare questo problema è Italian Sounding.

Quanto ci costa la “Mortadela” brasiliana?

Per capire l’importanza dell’impatto di questo fenomeno sul mercato, parliamo di cifre: Cento miliardi di euro. È questo è il valore del mercato che si muove attorno a questi falsi d’autore che si trovano sulle tavole di tutto il mondo. cifre alla mano quasi il doppio di quanto viene movimentato dall’esportazione dei prodotti autenticamente made in Italy.

Nell’ultimo decennio, si è verifcato per altro un aumento da record: +70%.  Perchè ai prodotti che “sembrano italiani” si sono aggiunti quelli si spacciano in maniera fraudolenta per italiani, falsificando etichette e denominazioni di origine. Un autentico booom dovuto al crescente appeal della qualità italiana nel mondo e all’esiguità del nostro prodotto rispetto alla richiesta. Questo almeno quello che emerge dallo studio presentato dalla Coldiretti

Non ultime hanno contribuito anche le beghe commerciali nate dalle tensioni politiche, come l’embargo russo, che ha favorito un vero e proprio boom nella produzione locale di prodotti Made in Italy taroccati.

La piccola bottega degli orrori

Ed eccoli alcuni fulgidi esempi del Not Made in Italy, raccolti in una galleria che avrebbe del comico, se non significasse stenti e fallimenti per tante imprese e lavoraatori italiani.

il “Finocchiono” made in Usa,  la “Mortadela” brasiliana. la “Palenta” rumena, l’ “Asiago Cheese” del Wisconsine. Che dire poi dei fratelli del Parmigiano? Una famiglia allargata e multietnica, abbiamo il “Parmesan” americano,  il “Parmesao” carioca,  il “Parmezan” rumeno, addirittura l’uruguagio “Parmesano”.

ah ovviamente c’è anche il “Pesto all’arrabbiata” , per la gioia di tutti i genovesi doc, naturalmente da innaffiare con un bel bicchiere di “Barbera bianco” direttamente dalle vigne rumene.

Le tutele europee (che non ci sono)

Ovviamente l’Europa non è stata a guardare l’incedere del fenomeno Italian Sounding e si è mossa per tutelare le nostre eccellenze in varie direzioni. Risale al 2018 un accordo commerciale tra Unione Europea e Giappone per il libero scambio, che dovrebbe tutelare fra le altre cose alcune eccellenze DOP italiane. Tra queste Taleggio, Mozzarella di bufala campana, Asiago, Gorgonzola, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano e Grana Padano.

Peccato che nell’ambito dello stesso accordo venga ratificata altresì la libera circolazione di altri “marchi” quantomeno curiosi. Quali?  Il Parmesan, prodotto negli Stati Uniti, il Padano Cheese o il Romano Cheese insieme ad altri prodotti palesemente taroccati.

Tutta questa “roba” potrà essere liberamente venduta in Giappone, nonostante l’accordo commerciale avesse come fine la tutela dei formaggi di qualità nostrani. Essendo i prezzi delle suddette imitazioni inferiori spesso anche del 50 % rispetto al costo dei prodotti originali, le conseguenze, capirete, saranno piuttosto prevedibili.

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